Memorie di nonni
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Giovani e anziani, un unico popolo
Sabato 14 marzo 2020: il primo sabato senza casa di riposo. Una riflessione contro la cultura dello scarto.
Oggi è sabato 14 marzo 2020. Normalmente, il sabato, mi reco in casa di riposo per fare volontariato, come faccio da 20 anni. Purtroppo le ordinanze sul coronavirus me lo impediscono, e quindi sono qui a scrivere.
Inizialmente, quando è stata presa la decisione di impedire ai volontari di entrare in casa di riposo, non ne capivo la ragione. Dicevo: “dopo tutto, non di solo pane vive l’uomo”, e i nostri nonni non hanno solo bisogno di cure, ma anche di affetto, attenzione e amore.
In un secondo momento è subentrata la parte razionale e scientifica del mio carattere, e ho capito che la scelta è stata fatta per tutelare gli anziani da questa malattia, dato che sono più fragili di noi.
Non potendo entrare, ho cercato di contattare telefonicamente la signora Carla, un’ospite di Villa Teruzzi, ma non sono mai riuscito a mettermi in contatto con lei. Nel mondo globalizzato di oggi un virus è capace di percorrere in pochi mesi migliaia di chilometri, attraversando oceani e montagne, mentre risulta più difficile contattare una persona che sta a meno di un chilometro da casa mia…
Mentre scrivo, quasi tutta l’Italia è bloccata. Mi capita di passare tanto tempo davanti ai telegiornali e di sentire giovani dire: “tanto è un virus che colpisce solo i vecchi”. O anche: “sarà inevitabile curare solo le persone che hanno più probabilità di sopravvivenza”, che è come dire che dovremmo lasciare morire gli anziani e i più fragili. Ma sono andati anche oltre: un importante capo di stato straniero ha detto “non cambieremo il nostro stile di vita” e “cominciate ad accettare che perderete anzitempo i vostri cari”. Detto in altre parole, una sorta di selezione, dove gli anziani più fragili e costosi per la società saranno lasciati morire.
Giovani e anziani, un unico popolo
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Io a tutto questo dico NO!!!
Siamo un unico popolo, un’unica umanità ospite di questo mondo.
Se siamo arrivati a dire e pensare tutto questo, la nostra società è in una profonda crisi: non economica o sanitaria, ma antropologica. Non riusciamo più a capire i valori della vita e a comprendere un semplice concetto: qualsiasi opera fatta dalle mani dell’uomo può essere costruita e ricostruita con fatica e sudore, ma quando una vita umana è persa, lo è per sempre.
A questo proposito, per i più smemorati, sarebbe bene ricordare che alla fine della seconda guerra mondiale questo paese era un cumulo di macerie, ed è grazie al sudore e alla fatica della generazione che adesso vogliamo lasciare indietro che noi possiamo crogiolarci nel benessere attuale.
Non so quando riprenderò a fare volontariato e, purtroppo, non so se quando tornerò troverò ancora tutti i miei nonni; la cosa che più mi intristisce è che, se dovessero mancare, non potrò neanche salutarli, avvicinarmi o partecipare al loro funerale.
È importante combattere questa mentalità dell’esclusione, ed è altrettanto importante dire che siamo un unico popolo, un’unica umanità ospite di questo mondo. Un’umanità che avrà futuro nella solidarietà e nella condivisione, e non nell’egoismo.
Raccolto da Riccardo Beretta · Volontario AVO Concorezzo