Memorie di nonni
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Z di Zelmira
Ci conoscemmo giocando a carte. Lo sguardo di una novantenne, però, andava ben oltre le apparenze.
Zelmira, o meglio Zel come l’avevo soprannominata — un nome certamente non comune, è il titolo di un’opera di Rossini.
Ci siamo conosciuti giocando a carte: al tempo avevamo un gruppetto di persone che riuscivamo a far giocare a scala quaranta e a briscola.
Un giorno mi confidò che all’inizio non le stavo particolarmente simpatico, pensava che fossi troppo irruento e che imbrogliassi giocando a carte, suggerendo agli altri ospiti. Ma, nonostante l’inizio, si è subito creato un bel rapporto. Zel non ha avuto una vita semplice: rimasta senza marito da giovane, ha dovuto crescere il figlio da sola, in un ambiente come l’Italia del dopoguerra non certo favorevole alle donne.
Non era solo lei a raccontarmi della sua vita: con lei ero riuscito ad aprirmi e a raccontarle parte delle mie esperienze. A Zel parlavo della mia fidanzata, una persona a cui ho dedicato tanto tempo e a cui volevo bene. Un giorno ero riuscito a portarla in casa di riposo e a presentargliela. Contrariamente a coloro che mi dicevano che eravamo una bellissima coppia, Zel era stata l’unica a consigliarmi di lasciarla per trovare una persona più adatta a me. Io e un’altra ospite la prendevamo in giro e le dicevamo: “cosa dici, Zelmira? Non sono cose da dire!!!”.
Z di Zelmira
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Immancabilmente, dopo qualche tempo, ci siamo lasciati… Alla mia domanda su come facesse a saperlo, mi ha risposto “si vedeva”: lo sguardo di una novantenne va oltre le apparenze!
Lo sguardo di una novantenne va oltre le apparenze.
Mi ricordo ancora distintamente il giorno in cui è morta e il momento in cui ho pianto insieme ai suoi famigliari nella camera mortuaria in Villa Teruzzi. Il giorno del funerale era una giornata di pioggia. Al cimitero, il nipotino che fino al giorno prima sembrava non capire cosa fosse successo, vedendo la bara messa nella buca si è lasciato andare a un pianto dirotto. Io mi ero tenuto in disparte. Per un momento ho incrociato lo sguardo con quello del nipote di Zelmira: in quella frazione di secondo abbiamo condiviso il nostro rispettivo dolore.
Ogni volta che mi reco al cimitero passo dalla sua tomba a chiederle qualche saggio consiglio, pensando ancora di non aver avuto il tempo di salutarla come meritava.
Raccolto da Riccardo Beretta · Volontario AVO Concorezzo