
Eleganti come fiori
«Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.»
— Matteo 6,28-29
Salomone aveva tessitori, tintori, oro di Ofir. Il giglio non ha niente. Cresce dove capita, sul ciglio di un sentiero, e batte il re più ricco del suo tempo senza muovere un dito.
Duemila anni dopo continuiamo a tessere e filare. Lo facciamo a ritmo industriale. Una stagione decide che un colore è bello, la stagione dopo lo dichiara morto, e quello che ieri volevamo addosso finisce in fondo a un cassetto o in una balla di stracci diretta dall’altra parte del mondo. La bellezza, così, ha una data di scadenza stampata sopra. Si compra, si esibisce, si butta. Si ricomincia.
Il fiore no.
Il rosso di un papavero non passa di moda perché non è mai stato di moda. Era già perfetto negli affreschi di Cnosso, nei tappeti persiani annodati filo per filo, nelle nature morte fiamminghe dove i pittori mettevano insieme specie che nella realtà non fioriscono mai nello stesso mese, solo per il gusto di averle tutte. Era perfetto nei vasi cinesi, nell’ikebana che misura il vuoto attorno a uno stelo. Culture che non si sono mai parlate hanno guardato la stessa corolla e hanno provato la stessa cosa.
Questo è il punto. La moda invecchia perché vive di confronto: vale finché qualcun altro non ha qualcosa di nuovo. Il fiore non si confronta con niente. La sua eleganza non chiede il permesso al gusto del momento, e per questo non lo teme.
Poi appassisce, certo. Dura pochi giorni. Ma è una caducità diversa da quella del vestito buttato: il fiore non passa di moda, finisce e basta, e l’anno dopo torna identico a sé stesso. Mentre noi rincorriamo la prossima cosa che ci sembrerà bella, lui resta fermo sulla stessa bellezza da sempre.
Eleganti come fiori vuol dire questo. Non vestiti meglio. Vestiti per durare.



































