Selenetipia, una variante della stampa argentica Van Dyke

Quando ho cominciato a studiare la tecnica argentica chiamata “Van Dyke”, mi sono accorto subito che la chimica aveva dei pesanti problemi e in internet circolavano ricette e dicerie palesemente errate.

Innanzitutto ricordiamo che il primo ad inventare una tecnica molto simile fu sempre il nostro chimico e fotografo Herschel, lo stesso della Cianotipia. Successivamente la tecnica fu ottimizzata e brevettata da W.W.J. Nichol. Inizialmente si chiamava semplicemente Argentotipia ma poi a inizio Novecento i produttori di carta sensibilizzata la resero popolare con il nome Van Dyke a puro scopo di marketing.

Quali sono i problemi di questa formula?

Il primo è che il marrone che si ottiene è più simile ad un colore marrone/violaceo che al marrone Van Dyke e il secondo è che la formula NON è stabile. Anche prendendo tutte le precauzioni del caso, bottiglia ambrata, luogo fresco e asciutto etc.. dopo un giorno già vedrai un forte precipitato nero. Quel precipitato nero non è nient’altro che argento metallico. In pratica la formula è stabile solo per qualche ora dalla miscelazione delle tre parti, poi il ferro ammonio citrato ridurrà l’argento in argento metallico anche senza luce diretta. Capite bene che ottenere una stampa di qualità diventa praticamente impossibile senza sapere la quantità di argento nella soluzione.

Per questo ho voluto sperimentare partendo da questa formula cercando di creare una mia ricetta personale. L’ho chiamata SELENETIPIA, da Selene nome delle dea greca della luna raffigurata come una bella donna con lunghe vesti fluenti e argentate. Come vedrete alla fine del processo che ho sviluppato, la stampa assomiglierà più ad un bianco e nero/marrone scuro che ad un marrone/violaceo che è quello che otterrete con la formula originale. Ma soprattutto la Selenetipia è una formula stabile che può essere conservata per un tempo indeterminato

La formula originale di Nichol

La formula originale prevede la creazione di tre boccette : una contenente acido tartarico, una contenente il ferro ammonio citrato (FAC) e l’altra argento nitrato. Queste poi vengono miscelate insieme. Non c’è nessuna logica nel separare acido tartarico dal ferro ammonio citrato, non sono incompatibili anzi… L’aggiunta di acido tartarico abbasserà il pH della soluzione e impedirà la formazione di muffe (classico problema che succede nella Cianotipia). Sotto la formula storica.

  

Volume soluzione separata

Concentrazione nella soluzione finale % p/v

Ferro ammonio citrato

9 grammi

33,3 ml

9,0%

Argento nitrato

3,8 grammi

33,3 ml

3,8%

Acido tartarico

1,5 grammi

33,3 ml

1,5%

  

100 ml Volume finale

 

Per chi non fosse del mestiere ricordo che % peso/volume in chimica indica la quantità di reagente in grammi per 100 ml di soluzione. In altre parole 9 % indica 9 grammi in 100 ml di soluzione (generalmente acqua). In questo caso noi prepariamo tre soluzioni “madri” a 33 ml che avranno una concentrazione tripla, nel momento in cui le uniamo insieme la concentrazione finale sarà quella indicata nel brevetto di Nichol. Rispetto alla formula originale di Herschel, Nichol ha aggiunto l’acido tartarico che nella sua idea aveva lo scopo di stabilizzare la chimica. In un certo senso la chimica è stabile per qualche ora, quindi sicuramente meglio che non mettere nulla, ma di certo non può essere conservata per più di qualche giorno.

Per correttezza analitica andrebbe indicato che Nichol usava il ferro ammonio citrato marrone, una vecchia forma diventata obsoleta con la scoperta della forma verde, più efficiente e veloce nel fare avvenire la reazione chimica. Non ho testato la stabilità della formula di Nichol con la versione marrone. Se qualcuno ha fatto questo test mi contatti pure. Di certo la versione marrone del FAC produrrà una soluzione molto meno reattiva e quindi più lenta.

La formula modificata di Namias

Rodolfo Namias (in alcuni testi inglesi storpiato in Niamas) è un gigante della fotografia e della chimica. Autore di un numero sconfinato di formule oltre ad aver partecipato alla creazione di molte pellicole leggendarie come la kodachrom.

Cercando in un vecchio libro di fotografia (Cassell Photography) a pagina 484 troverete una formula Van Dyke modificata da Namias che prevede l’uso di ferro ammonio citrato verde, nitrato di argento e acido citrico. La formula non è di facile comprensione dato che usa sia le once che i grammi. Per i calcoli ho usato la versione in grammi. Sotto la concentrazione finale dei tre componenti:

 

Concentrazione nella soluzione finale % p/v

Ferro ammonio citrato

22,0%

Argento nitrato

5,5%

Acido citrico

5,0%

Osservando il documento originale, si vede che Namias usa solo due soluzioni. Una contenente acido citrico e ferro ammonio citrato e l’altra contenente argento nitrato. Questo ribadisce quello già detto nel paragrafo precedente: non ha senso separare acido citrico o tartarico dal ferro ammonio citrato. Ho testato personalmente la formula: l’uso dell’acido citrico ad una concentrazione tripla rispetto alla formula di Nichol stabilizza fortemente la soluzione. Sicuramente Namias era al corrente della intrinseca instabilità della formula di Nichol… Nonostante sia più stabile, la soluzione continua a non durare per più di qualche giorno. Inoltre, come vedremo, questo cambio di chimica impatta sul colore che comincia a virare verso un marrone/nero.

La formula Namias aumenta notevolmente la quantità di ferro ammonio citrato. Sia nella formula originale di Nichol che nella formula modificata da Namias siamo ben oltre la quantità minima necessaria di FAC per far avvenire la reazione completamente. Dobbiamo però considerare che la reazione avviene nelle fibre della carta, non un ambiente ideale, da cui si rende necessario lavorare in forte eccesso di FAC rispetto all’argento presente. L’aumento del FAC migliora inoltre il contrasto della stampa.

La formula della SELENETIPIA

Con la speranza di ottenere una formula ancor più stabile ho cercato di ottimizzare la formula di Namias. Innanzitutto ho leggermente ridotto la quantità di ferro ammonio citrato. Superata una certa soglia (intorno al 20-25%), il FAC diventa “auto-schermante” (vedi gli studi di Mike Ware). Essendo un sale molto colorato, se lo strato è troppo spesso, la luce UV non riesce a penetrare fino in fondo alle fibre per attivare l’argento sottostante. Di conseguenza ho ridotto leggermente anche la quantità di argento presente.

Ho poi aumentato notevolmente la quantità di acido citrico. La formula, come previsto, diventa ancora più stabile e, contrariamente a quello che pensavo, mantiene un’ elevata reattività (sono necessari tempi di esposizione UV molto brevi). Nonostante tutto, una piccola quantità di argento metallico o argento citrato precipita nella soluzione. Ho quindi abbandonato l’idea di avere una unica formula stabile. Ho optato per due soluzioni stabili a tempo indeterminato. L’aumento dell’acido citrico non è stato vano perché sposta il colore definitivamente verso un simil bianco e nero e permette di avere una scala tonale di tutto rispetto.

 

Concentrazione nella soluzione finale % p/v

Ferro ammonio citrato

20,0%

Argento nitrato

5,0%

Acido citrico

11,0%

Sotto la formula divisa in due soluzioni separate da unire al momento della stesura dell’emulsione. Rispetto alla soluzione unificata della Cianotipia, stabile per pochi minuti, qui potrete tranquillamente prendervela con comodo, la soluzione è comunque molto stabile.

 

Per 10 ml di soluzione

SOLUZIONE A: Ferro ammonio citrato + Acido citrico

3,0 grammi di ferro ammonio citrato + 1,65 grammi di acido citrico in 10 ml di acqua distillata

SOLUZIONE B: Argento nitrato

1,5 grammi in 10 ml di acqua distillata

Miscelare 2 ml della soluzione A + 1 ml della soluzione B o in alternativa 1 ml della soluzione A + 0,5 ml della soluzione B.

Esposizione

Il tempo di esposizione come abbiamo visto nell’articolo sulla Cianotipia dipende da molti fattori. Comunque la formula delle Selenetipia è molto reattiva, vi basteranno pochi minuti. Per darvi un’idea, nel mio caso la Selentipia necessita di un tempo di esposizione che è circa di 1/3 del tempo necessario per la Cianotipia.

Stesura dell'emulsione e uso dell'umettante

Con la formula della Selenetipia l’uso dell’umettante (tween 20) produrrà risultati molto differenti. Se non userete l’umettante, l’argento penetrerà meno nella carta. Il risultato sarà un’ immagine con quasi assenza di grana e molto morbida. L’uso dell’umettante permetterà all’emulsione di entrare di più nel carta, l’immagine sarà più nitida perché l’argento sarà bloccato tra le fibre e comparirà un pochino più di grana (anche se molto bassa).

Ho fatto differenti prove. Se non volete impazzire nella stesura dell’emulsione, vi consiglio di stendere prima l’umettante (a concentrazione molto bassa tra 0,05 e 0,1 %) con un pennello dedicato. Subito dopo stendete la vostra emulsione. Cambierà anche leggermente il tempo di esposizione nei due casi.

Sviluppo

Normalmente per la Van Dyke si usa normale acqua per lavare la stampa. Alcuni consigliano acido citrico al 1-2 %. Ho eseguito diversi test per ottimizzare questa fase.

L’utilizzo di acido citrico 1-2 % può avere un senso chimico visto che essendo un blando chelante aiuta a rimuovere le tracce di ferro dalla stampa. Il grosso problema è che in questo passaggio hai ancora tracce di argento nitrato non reagito; abbassare il pH pesantemente significa produrre acido nitrico che dissolverà l’argento nella tua stampa. Già in pochi minuti vederete la vostra immagine perdere densità ottica, un indice della perdita di argento.

Ho provato anche ad usare EDTA di sodico, che è un chelante molto più efficace dell’acido citrico. Ha un pH acido tra 5-6 che garantisce la non dissoluzione dell’argento. Purtroppo, nonostante chimicamente sia il prodotto migliore, l’EDTA di sodio riduce visibilmente la scala tonale della stampa. Ho quindi preferito abbandonarlo.

Ho anche testato l’acqua distillata. Con la formula classica o la formula di Namias va benissimo. Al contrario, con la formula delle Selenetipia molto acida si formeranno delle macchie di argento casuali sulla stampa. Questo verosimilmente succede per uno “shock” da pH. L’emulsione è molto acida dato che contiene 11 % di acido citrico e noi stiamo lavando con acqua distillata a pH 7, ne consegue una precipitazione involontaria di argento nella stampa.

Ho risolto il problema usando acido citrico a concertazione tra 0,05 – 0,1 %. In questo modo la stampa verrà lavata facilmente e non perderete argento grazie alla bassa concentrazione dell’acido citrico.

Fissaggio

Questo è un passaggio molto standardizzato: non c’è molto da inventare, serve solo avere alcune accortezze. Il fissante classico è sodio tiosolfato al 2 %. Questo composto reagisce con l’argento Ag+ che non ha reagito e lo trasforma in Na3​[Ag(S2​O3​)2​], un sale d’argento molto solubile in acqua che viene lavato via. Questo serve ad garantire che l’argento nitrato non reagisca nel tempo con la luce e quindi macchi la vostra stampa.

E’ necessario prestare però attenzione: è vero che inizialmente il sodio tiosolfato rimuoverà solo l’argento non reagito ma alla lunga intaccherà anche l’argento metallico nella stampa. Quindi non andate mai oltre 1-2 minuti per questo lavaggio.

Inoltre, in questa fase vederete immediatamente scurirsi la stampa. Questo è dovuto alla rimozione delle tracce di ferro non ancora rimosse nel passaggio precedente. Il ferro ammonio citrato ha un effetto “coprente”, la sua rimozione completa porta a dei depositi più densi di argento e allo scurirsi dell’immagine.

Lavaggio finale

Come potete intuire, lasciare tracce di tiosolfato di sodio nella carta potrebbe scolorire la stampa nel tempo. Sono quindi necessari lavaggi molto lunghi in acqua del rubinetto (almeno 30 minuti). Se vorrete accelerare questo processo potrete trattare la stampa con una soluzione leggermente alcalina. La soluzione allargherà i pori della carta e favorirà la rimozione di sodio tiosolfato più velocemente.

Effetto DRY DOWN e uso di cera e olio di lino

Un problema comune a tutte le stampe antiche argentiche è l’effetto dry down. Van Dyke, carta salata, Kallitipia, Selenetipia non fa differenza. In pratica, quando la stampa è bagnata vi sembra bellissima ma poi quando la stampa si asciuga i neri o i marroni perdono di profondità.

Questo succede perché il poro della carta prima pieno di acqua si svuota con l’asciugatura dando questo effetto di minor profondità del colore.

Esistono due soluzioni: la cera renaissance wax o una miscela di trementina e olio di lino.

Nel primo caso, dovrete spalmare la cera sulla stampa con un panno di microfibra quando la stampa è completamente asciutta. Il colore riprenderà immediatamente vita. Oltre a dare beneficio al colore, la cera avrà un effetto protettivo sulla vostra stampa evitando così eventuali viraggi protettivi complicatati.

Nel secondo caso, un pochino più difficile, dovrete miscelare in un rapporto 1:1 trementina e olio di lino. Sempre con un panno in microfibra applicate la soluzione sulla stampa. Lasciate agire per 5-10 minuti e poi rimuovete l’eccesso dalla stampa sempre con un panno.

A questo punto l’olio di lino dovrà polimerizzare a contatto con l’ossigeno e quindi avrà bisogno di 5 -10 giorni per completare l’effetto. In questo caso l’olio di lino penetrerà più in profondità rispetto alla cera ma potrebbe darvi un leggero tono giallino alla stampa. In commercio esiste un olio di lino prepolimerizzato, chiaramente molto più denso. Se qualcuno lo ha sperimentato mi contatti pure.

Note e curiosità: argento colloidale e reattività

Ricordate che la Selenetipia, come la Van Dyke e la Kallitipia, sono tecniche dove la particella d’argento ha dimensioni nanometriche. Questo porta ad una superficie di contatto della particella d’argento molto più estesa rispetto a quanto avviene nella classica gelatina d’argento dove le particelle hanno dimensioni nell’ordine dei micrometri. L’argento all’interno della carta reagirà con gli inquinanti atmosferici e con i più comuni reagenti per viraggio molto più facilmente. Le tecniche di viraggio classico dovranno essere adattate a queste peculiarità. Per esempio, mentre un viraggio al selenio classico richiede che il toner venga diluito da 1:20 a 1:40, nella Van Dyke il rapporto dovrà essere tra 1:100 a 1:500.

Per questo motivo una protezione con cera o olio di lino può essere una valida alternativa.

Note e curiosità: argento colloidale e il colore

Perché la Van Dyke ha un colore diverso rispetto al classico bianco e nero che consociamo tutti ? Perchè con la Selenetipia si ha un viraggio verso un “simil bianco e nero” e si perdono i toni marroni classici della Van Dyke?

Le dimensioni delle particelle hanno un impatto anche sul colore.

Tecnicamente si chiama Risonanza Plasmonica di Superficie. A causa delle dimensioni nanometriche le particelle d’argento “scelgono” di assorbire determinate lunghezze d’onda della luce visibile e di rifletterne altre.

Le particelle molto piccole della Van Dyke tendono ad assorbire fortemente la luce blu e violetta. Poiché il blu viene sottratto alla luce bianca che colpisce la stampa, l’occhio umano percepisce il colore complementare: marrone/giallo/rosso.

Nel caso della Selenetipia, il cambio della chimica ha alterato il processo di aggregazione e formazione delle particelle d’argento causando molto probabilmente delle particelle sempre nanometriche ma di dimensioni più grandi. Questo è quello che plausibilmente fa tendere verso un marrone scuro.

Questa metodica è solo una delle tante procedure storiche che permettono di nobilitare l’immagine; puoi esplorare il panorama completo nella mia sezione dedicata alle Antiche Tecniche Fotografiche.

Selenetipia una variante della tecnica Van dyke: il risultato finale

Selenetipia, una variante della stampa argentica Van Dyke

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